03 Febbraio 2007

Clima: sviluppo delle agroenergie, più biologico e boschi, riduzione della chimica. La nuova sfida dei campi per combattere l'inquinamento

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L'agricoltura può ridurre in maniera fattiva le sue emissioni in atmosfera e contribuire tangibilmente ad assorbire la CO2 prodotta da altri settori. E questo può solo avvenire attraverso la crescita delle produzioni biologiche che, riducendo l'uso dei fertilizzanti e pesticidi chimici, abbattono le emissioni dal 10 al 50 per cento, la diminuzione delle lavorazioni superficiali del terreno, la fornitura di biomassa per finalità energetiche in sostituzione delle fonti fossili. Non solo. Il settore, con lo sviluppo delle energie rinnovabili derivanti dalle colture, può dare un apporto considerevole alla lotta contro l'inquinamento e all'effetto serra. E' quanto rileva la Cia-Confederazione italiana agricoltori davanti ai cambiamenti climatici e al grido dall'allarme che da parte degli scienziati.
Insomma, l'agricoltura, sebbene partecipi in misura ridotta alla emissione dei gas-serra (secondo i dati forniti con la metodologia dell'Intergovernamental panel for climate change, il settore incide per il 5,4 per cento delle emissioni di CO2 ed il comparto forestale è addirittura responsabile attivo di un assorbimento di CO2 pari al 5,8 per cento delle emissioni dello stesso gas; per avere un ordine di grandezza: mezzo ettaro di bosco assorbe le emissioni prodotte da un autoveicolo per il periodo di vita del conducente), rappresenta -afferma la Cia- una chiave di volta per contrastare il degrado ambientale e soprattutto per combattere l'inquinamento del clima.
Nel ricordare il recente accordo quadro di filiera per produrre 70.000 tonnellate di biodiesel da 70.000 ettari coltivati a colza e girasole e la legge finanziaria che ha impostato un programma organico per la utilizzazione dei biocarburanti, la Cia, consapevole del rischio che corre il nostro Paese di non poter o sapere rispettare gli obblighi imposti dal Protocollo di Kyoto, ritiene urgente la predisposizione di un vero Piano di sviluppo delle energie rinnovabili in agricoltura che preveda finanziamenti a quei produttori agricoli che possano produrre bioenergie o partecipare alla gestione di impianti di microcogenerazione da 1 e 2 megawatt. Ciò, oltretutto, darebbe uno sbocco significativo alla multifunzionalità come nuova opportunità del settore primario.
Tuttavia, la complessità della materia e la sua stretta interconnessione con altre problematiche (desertificazione, effetto serra, carenza idrica, tutela della biodiversità, incendi) impongono, secondo la Cia, un approfondimento attraverso il quale si faccia un bilancio tra costi degli interventi del Piano complessivo e costi ambientali che il Paese sarebbe costretto ad affrontare per il suo disimpegno in questo campo.
La Cia, d'altra parte, sostiene ed è impegnata affinché sia riconosciuto il ruolo essenziale (già assunto dalla Convenzione Onu sui cambiamenti climatici e dallo stesso Protocollo di Kyoto) che possono avere le modalità di gestione dei suoli agricoli e delle foreste nelle strategie di mitigazione dell'effetto serra, primo responsabile dell'aumento medio della temperatura del Pianeta. Esigenza, sempre più largamente supportata da autorevoli studi e ricerche scientifiche (ultima quella degli esperti delle Nazioni Unite presentata a Parigi), che assume maggiore consistenza all'indomani della recente comunicazione della Commissione europea al Consiglio in materia energetica, che fissa l'obiettivo di coprire entro il 2020 almeno il 20 per cento del fabbisogno dell'Ue con le energie rinnovabili dall'agricoltura e il 10 per cento del consumo nei trasporti con i biocarburanti.
Un' esigenza che deve valere e può essere proficua in modo particolare nella situazione italiana, nella quale, da una parte si ha negli ultimi anni addirittura una diminuzione percentuale della porzione di fabbisogno energetico coperto dalle fonti rinnovabili, con conseguente aumento delle emissioni e, dall'altra, dal fatto che -fa notare la Cia- un possibile aumento medio della temperatura penalizzerebbe maggiormente i nostri agricoltori piuttosto che quelli dei paesi dell'Europa continentale sia per il rischio di un maggiore sviluppo di parassiti, sia per la modifica del microclima che interferisce con il ciclo vegetazionale.
Ecco, di conseguenza, la rilevanza -conclude la Cia- che assume il settore primario il quale si viene a trovare in una posizione di punta per il raggiungimento degli impegni di riduzione delle emissioni stabilite proprio dal Protocollo di Kyoto.