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La riforma necessaria non è una riforma qualsiasi
05 Novembre 2003


Un documento del gruppo di lavoro politiche sociali e previdenziali
La necessità di affrontare il tema della riforma pensionistica dei lavoratori dipendenti è stata, più volte ed in diverse occasioni, segnalata dalla Cia. Tale urgenza nasce sia per la situazione economica del sistema previdenziale italiano, sia per una scelta riformista nel campo del Welfare State.Se una riforma deve esserci, infatti, essa non deve essere una riforma qualsiasi, ma deve avere la capacità di essere ad ampio raggio, supportata da un progetto preciso di Stato sociale e deve cogliere le opportunità, nonché attenuare i rischi che la nostra società globale presenta.Veniamo a cosa ci propone il Governo. Innanzitutto deve essere apprezzato il fatto che la riforma pensionistica sia stata inserita all'interno della più ampia delega all'esecutivo sugli altri aspetti del Welfare. Tale scelta, però, se da una parte farebbe presagire un'impostazione sistemica delle problematiche sociali del paese, in realtà delude in parte queste aspettative, in quanto la situazione politica e sociale del momento non permette scelte più coraggiose.Il suo contenuto, infatti, è lungi dallo svolgere questo passo metodologico fondamentale, poiché la riforma previdenziale vive isolata dal resto. Con essa il Governo propone un regime differenziato, prima del 2008 e dopo questa data. Per quanto riguarda il periodo transitorio, in questi cinque anni vi sarebbe un sistema di incentivi rivolto ai lavoratori che abbiano maturato i requisiti per la pensione; esso, come noto, consisterebbe in un aumento della busta paga del 32% della retribuzione lorda (sostanzialmente gli oneri previdenziali del salario).Tuttavia quel 32,7%, si ricordi, è composto da un 23,8 1% a carico del datore ed un quasi 9% del lavoratore. Come si può notare, rispetto alla legge finanziaria (2001) il risparmio contributivo per il lavoratore si incrementerebbe di molto (era corrispondente a quel quasi 9%). Tuttavia, resta, da valutare, stante il divieto di cumulo tra pensione e ulteriore reddito lavorativo, se gli effetti di questo incentivo debbano essere calcolati così semplicemente. L'eventuale rimozione del divieto di cumulo, infatti, porrebbe il pensionato in una condizione molto favorevole, forse anche più di quella che verrebbe a maturarsi con la continuazione del proprio lavoro.Parallelamente al beneficio per il lavoratore si produce un fenomeno di penalizzazione per il datore di lavoro. In base alla proposta del Governo, il datore di lavoro continuerebbe a pagare il 23,81% del salario lordo, ma a favore del lavoratore piuttosto che dell'Inps, con l'aggravante della tassazione IRAP, qualora l'incentivo non venisse defiscalizzato. Tale situazione è largamente più gravosa per il datore di quella disegnata nella finanziaria. Inoltre, le imprese sarebbero assoggettate a scelte che provengono dal dipendente e che incidono nella programmazione dell'attività.Per quanto concerne i lavoratori autonomi, l'ipotesi di aumentare l'aliquota contributiva appare difficilmente accettabile. Più che aumentare i contributi, se pensiamo al settore agricolo, andrebbe invece allargata la platea dei soggetti imponibili, dati i particolari profili del settore. Sui lavoratori autonomi, inoltre, per le caratteristiche del lavoro dell'imprenditore non sono previsti incentivi. È necessario prevedere meccanismi di perequazione ai minimi con interventi di solidarietà dei pensionati e della fiscalità generale e nell'immediato l'aumento dei minimi a 525 € così come propone la nostra Associazione Pensionati.Con riferimento alla fase in cui il sistema dovrebbe entrare a regime, invece, si prevederebbe un aumento dell'età pensionabile a 60 anni per le donne e 65 per gli uomini, ovvero 40 anni con un regime contributivo.Dato questo quadro, non possiamo non dire che la proposta sia largamente carente. Essa, infatti, è deficitaria e manca un'occasione storica per disegnare un nuovo modello di Welfare State e di società moderna e dinamica di stampo europeo.È ora di abbandonare l'ottica dello Stato paternalista che pensa al lavoratore come ad un figlio irresponsabile che non sa decidere per il proprio benessere. Per questo chiediamo che sia introdotta una profonda revisione del meccanismo di TFR e di quello delle mensilità ulteriori, al fine di inniettarli nel salario mensile a disposizione del lavoratore.Il sistema dei versamenti pensionistici, da parte sua, deve trasformarsi completamente in contributivo, in modo tale che, pur essendo più bassa la pensione (esso, infatti, abbasserebbe di molto il rapporto tra salario e pensione dal 70% al 40-45%) essa possa essere incrementata con la previdenza integrativa e complementare attraverso:- la riforma del sistema fiscale attualmente in vigore per i regimi pensionistici complementari;- la semplificazione delle procedure per costituire i fondi, degli adempimenti per aderirvi e di quelli per effettuare il passaggio da un fondo all'altro;- versamento del tfr ai Fondi attraverso la formula del silenzio-assenso;- previsione di analoghi strumenti per attivare i Fondi anche per i lavoratori autonomi.L'eventuale maggiore disponibilità economica in busta paga, renderebbe i lavoratori i veri protagonisti della riforma pensionistica, poiché essi potranno liberamente decidere come utilizzare le maggiori entrate, magari con fondi pensione o diverse forme di investimento. Lo Stato, da parte sua, sarebbe in grado, con il sistema contributivo e la previsione di aliquote di solidarietà per i redditi più alti, di fornire ai lavoratori una garanzia di pensione dignitosa per tutti.Tale modello, rappresenterebbe, come già detto, la rottura di un'ottica poco liberale e molto paternalista che tuttora vige sia nel sistema previdenziale, sia nei progetti di riforma. I suoi tre pilastri si reggono tra loro e tra loro si sostengono, in un disegno complessivo in base al quale:1. lo Stato verrebbe chiamato a garantire un trattamento pensionistico minimo, non essenziale, a tutti i lavoratori che, con i propri contributi, abbiano maturato i requisiti;2. i lavoratori, garantiti da questo minimo, sarebbero nelle condizioni di aumentare il proprio reddito pensionistico usufruendo, liberamente, delle maggiori risorse liberate con il trasferimento del TFR al salario venendosi così a sviluppare un reale sistema previdenziale integrato;3. lo Stato, libero da gravami economici eccessivamente vincolanti, avrebbe risorse per politiche sociali che diano credito ed incentivi alle giovani generazioni affinché intraprendano la strada dell'imprenditoria e della ricerca, settori di vitale importanza per la crescita del nostro Paese nel mondo globalizzato.In sintesi occorre un sistema previdenziale per cui ogni cittadino abbia una pensione dignitosa e civile.Abbiamo bisogno di costruire un sistema che tuteli i lavoratori stabilizzati, ma anche le fasce più deboli, i giovani, le donne, gli immigrati che insieme sono un pezzo crescente del mercato del lavoro. Un sistema previdenziale capace di assicurare i diritti di tutte le generazioni.È necessario collocare la riforma del sistema previdenziale nell'ambito della più generale riforma del Welfare e del lavoro. In una società dove si allungano i tempi e le aspettative di vita, c'è bisogno di certezze per coloro che vivono di più e anche per i giovani che devono entrare nel mercato del lavoro, cioè la testa e la coda della curva demografica. L'Italia, oggi ha un sistema previdenziale che rischia di penalizzare i giovani che entrano nel mondo del lavoro e quelli che stanno per uscirne.

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